La Vespa e la libertà

«La strada fino alla parrocchia sembrava diversa quella sera: ogni buca, ogni pietra, ogni angolo aveva il sapore di qualcosa che sarebbe cambiato presto. Attraversammo Ferrara, che ci accoglieva nel suo abbraccio caldo e umido, sotto lampioni tremolanti e alberi immobili come sentinelle addormentate. L’aria aveva quell’odore tipico delle sere d’estate in città, un misto di terra bagnata, pietre roventi e promesse sospese. […] E poi, senza bisogno di cercare troppo, la vidi. Licia. Non so spiegare cosa accadde esattamente in quell’istante. Era come se tutto il resto si dissolvesse: le risate, i discorsi, persino i rumori della città. C’era solo lei, in mezzo a tutti, luminosa come se brillasse di luce propria. I suoi capelli sciolti sembravano rubare i riflessi dorati delle luci attorno, avvolgendola in un’aura morbida e calda. Il sorriso che le curvava le labbra aveva la forza di accendere l’intera strada, come un faro nella notte. […] Nemmeno il tempo di dirlo, nemmeno il tempo di pensarlo bene… Mi ritrovai a salire in sella alla mia PX bianca, ancora con la testa piena di quell’incontro magico sotto i portici della parrocchia e sentii all’improvviso il peso leggero e familiare di Licia che si accomodava dietro di me. Senza chiedere, senza dire nulla. Era lì, si era stretta ai miei fianchi, come se quello fosse sempre stato il suo posto naturale. Un gesto semplice, eppure per me fu come se il mondo intero, per un attimo, smettesse di girare. Sospirai piano, cercando di non farmi tradire dall’emozione. Avrei voluto che il tempo si fermasse proprio lì, in quell’istante perfetto, sospeso fra il battito del mio cuore e il calore del suo corpo contro il mio. Stringeva forte, come se volesse ancorarsi a me, come se stessimo per partire verso un posto lontano da tutto e da tutti.»

30 Maggio 2017